La Teoria della Panspermia - UFO: Primo Contatto Alieno

La Teoria della Panspermia - UFO: Primo Contatto Alieno

E se la vita non fosse un’esclusiva terrestre, ma un fenomeno cosmico, un “seme” sparso in tutto l’universo? Immagina quel primo microscopico essere vagabondo, aggrappato a un frammento di roccia spaziale, che ha viaggiato per anni, secoli, o forse intere ere, eoni, attraverso il vuoto gelido, sopravvivendo a radiazioni letali e al terrificante impatto su un mondo giovane e primitivo. Un minuscolo alieno che, senza saperlo, è diventato il nostro antenato, il nostro vero Adamo cosmico.

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Trascrizione dell’episodio

E se la vita non fosse un’esclusiva terrestre, ma un fenomeno cosmico, un “seme” sparso in tutto l’universo? Immagina quel primo microscopico essere vagabondo, aggrappato a un frammento di roccia spaziale, che ha viaggiato per anni, secoli, o forse intere ere, eoni, attraverso il vuoto gelido, sopravvivendo a radiazioni letali e al terrificante impatto su un mondo giovane e primitivo. Un minuscolo alieno che, senza saperlo, è diventato il nostro antenato, il nostro vero Adamo cosmico.

Ciao a tutti, audaci esploratori dell’ignoto, e benvenuti a questa nuova puntata di “UFO: primo contatto alieno”, il podcast dove parliamo dei misteri legati alle apparizioni degli UFO e dove diamo libero sfogo alle domande che ci portano oltre ciò che conosciamo e oltre il cielo che vediamo. Quelle domande sui fenomeni che non riusciamo ancora a spiegare, ma che neanche possiamo ignorare.

Io sono Roberto e oggi non parliamo solo di ricerca degli UFO, ma indaghiamo sul fatto che NOI stessi potremmo essere stati UFO, cioè se l’inizio della vita stessa sulla Terra sia stato già di per sé un primo contatto alieno. Più precisamente, sondiamo l’ipotesi che la vita sulla Terra sia nata nello spazio profondo. Oggi parliamo della teoria della Panspermia.

Panspermia è un termine che deriva dal greco “pan” (“tutto”) e “sperma” (“seme”), ed è l’ipotesi audace e antichissima che afferma che i germi della vita non siano nati sulla Terra, ma che siano in realtà eterni e diffusi in tutto il cosmo. E che siano giunti sul nostro pianeta, veicolati da comete, meteoriti o magari, in una versione ancora più intrigante, depositati da una mano intenzionale.

Precisiamo subito che questo concetto non è un’invenzione moderna. Infatti, già il filosofo greco Anassagora, nel V secolo a.C., iniziò a sostenere che la vita sulla Terra avesse origini cosmiche. Ma è nel XIX secolo che la teoria trova i suoi paladini scientifici più accreditati. Scienziati del calibro di Hermann von Helmholtz e Lord Kelvin la promuovono, e in seguito, il premio Nobel Svante Arrhenius ipotizza che la vita viaggi sotto forma di spore spinte dalla pressione della luce stellare. La domanda cruciale che ci poniamo è: se la probabilità che la vita sorga spontaneamente (la cosiddetta abiogenesi) è statisticamente minuscola, non è forse più plausibile che essa sia stata “seminata” innumerevoli volte, considerando un universo sterminato?

Ma come fa la vita a viaggiare nello spazio?

Qui entra in gioco la Litopanspermia, una variante specifica del concetto di panspermia, che suggerisce come la vita possa essere trasportata attraverso lo spazio da frammenti di roccia espulsi da altri corpi celesti (da asteroidi, meteoriti, e così via…). In pratica, la litopanspermia abbraccia il concetto della vita diffusa nell’universo mediante il meccanismo del viaggio interplanetario. Pensiamo a un asteroide o a un meteorite che colpisce con violenza un pianeta abitato. L’impatto è così catastrofico da strappare frammenti di roccia carichi di vita microscopica e spararli oltre l’atmosfera, mettendoli così in rotta verso un altro mondo.

Il viaggio in sé è brutale, perché la vita deve resistere all’accelerazione shock dell’espulsione, al vuoto, alle temperature estreme e, soprattutto, alle micidiali radiazioni cosmiche. Eppure, non si può scartare a priori che talune forme di vita possano sopravvivere a tutti questi agenti pericolosi. Basti pensare all’esistenza degli estremofili, quegli organismi come il Deinococcus radiodurans o i famosi Tardigradi (gli “orsi d’acqua”), che possono sopravvivere a condizioni estreme, che per noi sono impensabili. La scienza moderna, con specifici esperimenti fatti in laboratorio, conferma che spore batteriche come quelle del Bacillus Subtilis, possono resistere a shock equivalenti all’impatto di un meteorite. Non solo, il ritrovamento di meteoriti di origine marziana sulla Terra, come il famoso ALH84001 trovato in Antartide nel 1984, dimostra che il trasferimento di materiale planetario è un evento reale e regolare. Ecco, in quest’ottica, frammenti rocciosi di questo genere possono trasformarsi, come dire, in taxi cosmici della vita.

A riprova di tutto ciò, alcune ricerche confermano la presenza di molecole organiche fondamentali, in enormi quantità sui meteoriti ricchi di carbonio, come ad esempio le basi nucleotidiche (i mattoni di DNA e RNA). E questo significa che i “semi” o i loro componenti sono effettivamente lì fuori, pronti a piantare le radici nel prossimo pianeta in cui vi siano le adeguate condizioni di vivibilità.

Ma c’è anche un’altra versione del concetto di Panspermia, una versione che si collega direttamente al cuore di questo podcast: e mi riferisco alla cosiddetta “Panspermia Guidata”, o Diretta. Questa esprime un’idea portata avanti niente poco di meno che da Francis Crick (sì, proprio lui, uno degli scopritori della struttura del DNA) e da Leslie Orgel. In particolare, entrambi suggeriscono che la vita possa essere arrivata qui non necessariamente per una serie di fortunati e casuali eventi, ma che essa possa essere stata inviata intenzionalmente sulla Terra da una civiltà aliena avanzata.

Immaginate un’astronave, un UFO che sfida ogni nostra concezione di tecnologia e che non si palesa con luci accecanti o manovre aeree impossibili nei nostri cieli contemporanei. No, questa nave solca il vuoto in un passato remoto, miliardi di anni fa, quando la Terra era ancora solo un ammasso di rocce laviche e oceani acidi inospitali. E il suo carico non è fatto di equipaggi biologici, di alieni così come siamo soliti immaginarli, bensì di capsule criogeniche microscopiche, un concentrato di microrganismi estremofili, in grado di risvegliarsi solo al contatto con determinate condizioni chimiche ideali.

L’obiettivo di questa missione? Beh, qui la scienza incontra la speculazione più alta, perché potrebbe trattarsi di una colonizzazione interstellare automatizzata. Poiché le distanze galattiche sono proibitive per organismi complessi, una civiltà avanzata potrebbe aver scelto di inviare il proprio “kit biologico”’per colonizzare mondi lontani. Oppure, potrebbe trattarsi di un esperimento di semina cosmica su scala millenaria, volto a trasformare pianeti sterili in laboratori biologici. Oppure, ancora, potrebbe trattarsi di una missione volta a proteggere la vita stessa. 

In questo senso, pensiamo a quella che potrebbe essere la trama tipica di tanti film di fantascienza. Di fronte a una catastrofe imminente nel sistema stellare d’origine, per esempio lo sviluppo di una supernova o il collasso della stella, delle creature, dei “giardinieri cosmici” potrebbero aver lanciato migliaia di sonde verso ogni angolo della galassia, cercando di garantire la sopravvivenza del proprio codice genetico, una sorta di Arca di Noè molecolare dispersa tra le stelle. Tuttavia, non delle astronavi dall’aspetto manifestamente ultra-tecnologico, così come siamo abituati a vederle in certi film, bensì dei frammenti di roccia.

Bene, in questo scenario, il “primo contatto alieno” non è più un evento futuro e atteso, bensì l’evento fondamentale che ha dato inizio alla nostra stessa esistenza. Di conseguenza, se questa ipotesi fosse vera, la nostra ossessiva ricerca degli UFO cambierebbe natura: perché non è più curiosità verso l’ignoto, bensì una nostalgia ancestrale. In altre parole, non staremmo cercando più “loro”, staremmo cercando i nostri creatori, i nostri “giardinieri cosmici” che forse, da qualche parte nel tempo e nello spazio, attendono di vedere come è fiorito il loro giardino. E ogni volta che alziamo gli occhi al cielo, non staremmo cercando solo gli alieni. Piuttosto, staremmo guardando verso l’abisso da cui siamo venuti.

Grazie per aver ascoltato questa puntata del podcast “UFO: Primo Contatto Alieno”. Io sono Roberto e vi invito a iscrivervi al podcast, per non perdere i prossimi episodi e a condividere le vostre storie e domande sui canali social o tramite e-mail. In descrizione, ove possibile, troverete il link al sito e ai social, per reperire il materiale collegato (immagini, video e quant’altro), in modo da poter analizzare voi stessi i fatti.

Per il momento ci fermiamo qui, e ci ritroviamo al prossimo episodio.