Missione Artemis 2

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Quattro pionieri sospesi nel buio, una fionda gravitazionale da brivido e un’oscurità che ha smesso di essere silenziosa: con la missione Artemis 2 l’umanità è tornata a bussare a una porta lasciata chiusa per oltre cinquant’anni. Siamo pronti ad affrontare le future sfide che l’esplorazione spaziale ci metterà davanti?

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Quattro pionieri sospesi nel buio, una fionda gravitazionale da brivido e un’oscurità che ha smesso di essere silenziosa: con la missione Artemis 2 l’umanità è tornata a bussare a una porta lasciata chiusa per oltre cinquant’anni. Siamo pronti ad affrontare le future sfide che l’esplorazione spaziale ci metterà davanti?

Ciao a tutti, audaci esploratori dell’ignoto, e benvenuti a questa nuova puntata di “UFO: primo contatto alieno”, il podcast dove parliamo dei misteri legati alle apparizioni degli UFO e dove diamo libero sfogo alle domande che ci portano oltre ciò che conosciamo e oltre il cielo che vediamo. Quelle domande sui fenomeni che non riusciamo ancora a spiegare, ma che neanche possiamo ignorare.

Io sono Roberto e oggi vi porto a bordo della capsula Orion per parlare della missione Artemis 2 conclusasi nei giorni scorsi, e che ad oggi può essere considerata forse la missione finalizzata al volo umano più ambizioso del ventunesimo secolo.

Mentre i nostri polmoni inspirano e tirano fuori l’aria di questo pianeta, a circa 380.000 chilometri sopra le nostre teste quattro individui hanno respirato ossigeno riciclato, restando chiusi all’interno di un guscio fatto di alluminio e titanio lanciato a tutta velocità verso la Luna. Ma perché dopo l’ultima impronta lasciata sulla polvere grigia nel 1972, ci siamo ritirati? Abbiamo smesso di guardare verso l’alto, limitandoci a orbitare appena sopra la nostra atmosfera. Perché? È stata davvero solo una questione di budget? Oggi forse qualcosa è cambiato, perché l’umanità ha varcato di nuovo il confine del suo “cortile di casa” terrestre.

In questo istante, nel momento in cui registriamo questa puntata, la missione Artemis 2 è appena stata completata con successo. Dopo il decollo monumentale dello Space Launch System, l’equipaggio composto ricordiamolo da Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen ha abbandonato l’orbita terrestre, con una traiettoria molto diversa da quella delle precedenti missioni Apollo. Successivamente, ha anche attraversato le fasce di Van Allen, cioè quelle fasce caratterizzate da radiazioni così intense che secondo molti teorici del complotto avrebbero dovuto incenerire gli astronauti delle missioni Apollo. 

Ma un momento: se la Orion è riuscita a ruotare attorno alla Luna, allora vuol dire che Artemis 2 è la prova vivente che possiamo superare le fasce di Van Allen senza restarne inceneriti, giusto? Quindi, è evidente che possiamo liquidare una volta per tutte questa teoria.

Comunque, mettendo da parte per un momento questa considerazione, diciamo che l’equipaggio ha vissuto dentro un ambiente non più grande di una piccola cucina, testando i limiti della tecnologia e al tempo stesso della psiche umana. Gli astronauti hanno monitorato i sistemi di supporto vitale, riciclato l’acqua, gestito i livelli di anidride carbonica, mentre fuori dal finestrino la Terra diventava una sfera azzurra man mano più piccola. 

Ma perché la missione Artemis 2 è così particolare? Solo perché siamo tornati ad esplorare la Luna? Beh, in realtà dobbiamo comprendere che, nonostante l’immaginario collettivo sia proiettato verso lo sbarco sulla Luna, Artemis 2 non è affatto una missione di esplorazione del suolo lunare, bensì un colossale banco di prova tecnologico e fisiologico in un ambiente ostile. In altre parole, il suo obiettivo primario non è mai stato l’esplorazione della Luna in sé, ma la validazione dei sistemi di supporto vitale della capsula Orion e la verifica della resistenza dell’equipaggio umano alle radiazioni dello spazio profondo. Come dire, si tratta di un “test di volo con equipaggio”, di un test che serve a certificare che ogni componente (dal riciclo dell’aria alla protezione termica durante il rientro) che ogni componente sia in grado di garantire la sopravvivenza in vista delle future missioni. E in questo senso, la Luna non è la destinazione finale, bensì un immenso laboratorio gravitazionale utilizzato per spingere la Orion al limite estremo, assicurando che la macchina umana e quella tecnologica possano operare in perfetta simbiosi, anche se lontane dallo scudo protettivo della Terra.

Uno dei test più importanti, affrontati durante la missione Artemis 2, riguarda la traiettoria. Infatti, la capsula Orion non ha seguito una traiettoria simile a quella utilizzata nelle precedenti missioni Apollo, ma ha eseguito una manovra di “fionda gravitazionale” ad anello. E questa è secondo me la fisica più pura che diventa arte. Orion si è avvicinato al bordo del nostro satellite e, invece di accendere i motori per frenare, ha usato la massa della Luna per farsi catturare dalla sua gravità. E come un sasso fatto ruotare in una fionda, la capsula è stata accelerata dalla gravità lunare e scagliata di nuovo verso la Terra. 

Se avete visto il noto film “Interstellar” (se non l’avete visto, allora guardatelo, perché è uno dei più bei film dell’ultimo ventennio), dicevo, se avete visto “Interstellar”, ricordate la tensione nel film quando l’equipaggio dell’Endurance decide di utilizzare i giganti celesti per spostarsi, con l’intento di risparmiare il carburante necessario per il ritorno? Ecco, la NASA ha testato esattamente questo. Ed è chiaramente un momento di vulnerabilità assoluta, perché se i calcoli fossero errati anche solo di un decimale, l’equipaggio finirebbe per vagare nel vuoto infinito, diventando un monumento eterno al coraggio umano, oppure potrebbe schiantarsi sul corpo celeste utilizzato per la fionda gravitazionale.

Ma veniamo al punto che ci ha fatto vibrare un po’ il cuore, vale a dire la Luna e il suo lato oscuro. Perché durante il suo passaggio ravvicinato, la Orion si è trovata nell’ombra della Luna. E in quel momento, le comunicazioni radio con la Terra si sono interrotte. Il cosiddetto “Loss of Signal”, vale a dire 40 minuti di silenzio assoluto. 

Noi sappiamo che il lato nascosto della Luna è la zona dove, per decenni, si sono sviluppate teorie assolutamente incredibili, che hanno fatto discutere generazioni e generazioni di ufologi.

Sotto questo aspetto, Artemis 2 è stata equipaggiata con sensori e telecamere che hanno una risoluzione mille volte superiore a quella degli anni ’70. Questa tecnologia ha permesso in questi giorni alla Orion di effettuare una prima mappatura di quel lato nascosto che per anni ci ha lasciati nell’incertezza.

Ma perché tornare sulla Luna, dopo che per 50 anni nessuno l’ha più degnata della dovuta attenzione? Oltretutto, in un momento di particolare conflitto, come quello che stiamo vivendo?

Diciamolo, l’impressione è che l’esplorazione spaziale abbia ripreso vigore non soltanto per la gloria. C’è una ragione strategica che sfiora la fantascienza. Una ragione che vede la Luna come la nuova Terra Promessa. In effetti, sotto la regolite, la polvere lunare, si nasconde l’Elio-3. Una manciata di questo materiale potrebbe alimentare una metropoli per un anno intero tramite la fusione nucleare. È il tesoro più prezioso del sistema solare. Ed è disponibile in abbondanza sulla Luna, mentre sulla Terra è rarissimo. 

E adesso non vorrei parlare di geopolitica, anche perché non mi appassiona e sarebbe fuori luogo ai fini di questo podcast, ma pensiamo per un attimo alla strategia che sta seguendo l’amministrazione Trump: con il lancio di iniziative come il “Project Vault”, la tentata acquisizione della Groenlandia, i nuovi ordini esecutivi sulle risorse critiche, e così via, Trump ha posto più volte l’accento sul fatto che dal controllo planetario delle terre rare dipendano l’indipendenza energetica e la stessa sicurezza nazionale. E in quest’ottica, è plausibile pensare che l’amministrazione Trump non guardi allo spazio come a un laboratorio, ma piuttosto come un magazzino strategico per il controllo delle risorse.

C’entra questo con Artemis 2? Beh, sì, perché in un’ottica lungimirante, chi controlla il litio, il cobalto e l’Elio-3 lunare non avrà più bisogno di dipendere dalle catene di approvvigionamento terrestri, dominate attualmente da altri soggetti, come la Cina. In quest’ottica, Artemis 2 potrebbe quindi rappresentare il primo passo verso una “corsa all’oro” 2.0. E’ vero, stiamo parlando di una visione “America First”’proiettata tra le stelle, dove la Luna diventa una sorta di riserva strategica nazionale, un avamposto per garantire la supremazia tecnologica del prossimo secolo. 

Inoltre, la missione Artemis 2 sta gettando le basi per il cosiddetto “Lunar Gateway”, la stazione che orbiterà permanentemente intorno alla Luna. Immaginatela come un faro nell’oscurità, una stazione di frontiera dove gli esseri umani vivranno per mesi, pronti a fare il balzo verso Marte. In effetti, le future missioni della NASA Artemis 3, 4 e 5 sono orientate proprio a questo, alla predisposizione del Lunar Gateway e a portare astronauti sulla Luna. E i tempi non sono molto ampi, se pensiamo che Artemis 5 è in programma per l’anno 2030.

Ma costruire una stazione lì sulla Luna significa presidiare il territorio. Questo significa forse che l’umanità sta dichiarando la Luna come propria giurisdizione?

L’espansione all’interno del nostro sistema solare è iniziata. Ma prima di pensare alle future missioni, pensiamo ad Artemis 2 e a cosa ha portato di nuovo, sotto il profilo della conoscenza umana. 

Ecco i punti fondamentali che credo definiscano al meglio la missione Artemis 2:

Primo, un nuovo record di distanza dell’uomo dalla Terra. Infatti, l’equipaggio di Artemis 2 ha ufficialmente battuto il record stabilito nel 1970 dalla missione Apollo 13. Raggiungendo una distanza di circa 406.771 chilometri dalla Terra, i quattro astronauti sono diventati gli esseri umani che si sono spinti più lontano nello spazio profondo nella storia dell’umanità. A pensarci, non è solo una questione di chilometri, ma la dimostrazione che l’uomo può varcare i confini stabiliti oltre cinquant’anni fa.

Secondo, durante il sorvolo del lato nascosto della Luna, l’equipaggio ha potuto osservare direttamente regioni mai viste da occhi umani per oltre mezzo secolo. Gli astronauti hanno potuto fotografare crateri inesplorati e zone polari, scoprendo persino due nuovi piccoli crateri da impatto (proposti con i nomi di Carroll e Integrity). Questo passaggio è avvenuto in un totale silenzio radio di circa 40 minuti, un momento di isolamento assoluto.

Terzo, essendo un volo di prova, un momento estremamente critico è stato anche il rientro nell’atmosfera terrestre a velocità ipersonica (oltre 38.000 km/h). E la missione ha confermato la tenuta dello scudo termico di Orion, oggetto di dubbi nei mesi precedenti, nonché la capacità dei sistemi di supporto vitale di gestire il metabolismo di quattro persone per 10 giorni. In pratica, è una “certificazione” definitiva: la tecnologia umana è pronta per lo sbarco sulla superficie con le future missioni Artemis.

Ah, c’è anche un altro elemento. Un evento unico e non programmato che ha reso la missione leggendaria: infatti, durante la missione, l’equipaggio ha assistito a un’eclissi solare totale da una prospettiva privilegiata. In pratica, per 54 minuti circa, la Luna ha oscurato completamente il Sole (per la capsula Orion), offrendo uno spettacolo visivo e dati scientifici sulla corona solare impossibili da ottenere dalla Terra, confermando Orion anche come una piattaforma di osservazione scientifica senza precedenti.

Comunque, l’aspetto più importante forse resta il fatto che, dopo oltre mezzo secolo di oblio, abbiamo finalmente ripreso a guardare l’abisso sopra le nostre teste. La missione Artemis 2 non è stata solo un successo ingegneristico, ma un risveglio collettivo: siamo tornati a guardare la Luna non più come un riflesso d’argento romantico e lontano, ma come una terra di frontiera, carica di promesse e segreti da svelare. 

Quel disco pallido è tornato a essere lo specchio delle nostre ambizioni più grandi. Siamo di nuovo lì, sulla soglia di casa, a spiare nel buio del “Dark Side” per capire se quel silenzio che ci ha circondati per cinquant’anni sia stato un caso o un’attesa. E una cosa è certa: ora che i nostri occhi si sono riabituati a guardare quella luce cinerea, sarà difficile tornare a far finta di nulla.

Grazie per aver ascoltato questa nuova puntata di “UFO: Primo Contatto Alieno”. Io sono Roberto e vi invito a iscrivervi al podcast, per non perdere i prossimi episodi e a condividere le vostre storie e domande sui canali social o tramite e-mail. In descrizione, ove possibile, troverete il link al sito e ai social, per reperire il materiale collegato (immagini, video e quant’altro), in modo da poter analizzare voi stessi i fatti.

In particolare, sulla pagina relativa a questo episodio troverete il link a un’applicazione web che ho trovato molto interessante, indicata da un ascoltatore del podcast e riguardante la missione Artemis 2, che mostra l’esatta traiettoria seguita dalla capsula Orion, con tanto di misure, possibilità di cambiare il punto di vista, la telecamera, scorrere avanti e indietro nel tempo, e fare altre cose simpatiche, che permettono di comprendere al meglio come si è svolta la missione. Inoltre, troverete il link alla pagina di Wikipedia, che descrive l’intero programma Artemis, trovo molto interessante anche questa, perché permette di comprendere la vera portata di Artemis, che non è un singolo lancio, ma una campagna di esplorazione complessa, che inciderà pesantemente sul futuro dell’espansione umana.

Per il momento, comunque, mi fermo qui. Ci ritroviamo al prossimo episodio.

Materiale di approfondimento

Raccolta di video di approfondimento

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