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Immaginate questo momento. È notte fonda e i radar di tutto il mondo impazziscono simultaneamente. Un’ombra immensa si staglia sopra le nostre città, bloccando la luce delle stelle. Le navi spaziali sono qui. Sono immobili e silenziose, e l’umanità intera trattiene il respiro, in attesa di un raggio di luce, di un suono, di una voce. E poi… il segnale arriva. Ma non è una voce. Non è un codice Morse. È un’esplosione di radiazioni a microonde, mescolata a un rilascio di gas nell’atmosfera e a variazioni magnetiche che fanno vibrare il terreno sotto i nostri piedi. Noi guardiamo il cielo aspettando un “ciao”, ma loro ci stanno già parlando in un modo che non riusciamo nemmeno a concepire. Come si risponde a chi non usa né parole né suoni? Come diciamo “siamo amici”, se per loro un nostro sorriso mostra i denti e appare come il preludio di un attacco?

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Trascrizione dell’episodio

Immaginate questo momento. È notte fonda e i radar di tutto il mondo impazziscono simultaneamente. Un’ombra immensa si staglia sopra le nostre città, bloccando la luce delle stelle. Le navi spaziali sono qui. Sono immobili e silenziose, e l’umanità intera trattiene il respiro, in attesa di un raggio di luce, di un suono, di una voce. E poi… il segnale arriva. Ma non è una voce. Non è un codice Morse. È un’esplosione di radiazioni a microonde, mescolata a un rilascio di gas nell’atmosfera e a variazioni magnetiche che fanno vibrare il terreno sotto i nostri piedi. Noi guardiamo il cielo aspettando un “ciao”, ma loro ci stanno già parlando in un modo che non riusciamo nemmeno a concepire. Come si risponde a chi non usa né parole né suoni? Come diciamo “siamo amici”, se per loro un nostro sorriso mostra i denti e appare come il preludio di un attacco?

Ciao a tutti, audaci esploratori dell’ignoto, e benvenuti a questa nuova puntata di “UFO: Primo Contatto Alieno”, il podcast dove parliamo dei misteri legati alle apparizioni degli UFO e dove diamo libero sfogo alle domande che ci portano oltre ciò che conosciamo e oltre il cielo che vediamo. Quelle domande sui fenomeni che non riusciamo ancora a spiegare, ma che neanche possiamo ignorare.

Io sono Roberto e oggi ci immergiamo in uno degli scenari più complessi e paralizzanti che l’umanità possa mai affrontare: i problemi di comunicazione e le barriere incomprensibili in un contesto di primo contatto alieno.

Siamo abituati a pensare al primo contatto attraverso la lente confortevole del cinema: L’alieno scende dall’astronave, c’è un momento di tensione, e poi, grazie a un computer che fa da traduttore automatico, o a una matematica basilare, iniziamo a comunicare e a scambiarci informazioni. Tutto questo, in sole due ore, compatibilmente con la durata di un film, oppure, nel caso di serie TV, nell’arco di qualche puntata. 

Ma la realtà che studiano oggi gli scienziati, i linguisti e gli xenobiologi, è molto più oscura e affascinante. Perché nel momento esatto in cui ci troviamo di fronte a un’intelligenza non umana, ogni nostra certezza si sgretola. La comunicazione non è solo uno scambiarsi di parole e versi, ma è un ponte tra due realtà che potrebbero essere, anzi quasi certamente sarebbero, estremamente differenti. 

Pensiamoci un attimo. Spesso io mi ritrovo a osservare la mia cagnolina Lulù, magari mentre si blocca di scatto per annusare una traccia invisibile nell’aria, oppure mentre fissa un angolo della stanza verso il quale io non percepisco assolutamente nulla. Bene, noi umani e i cani condividiamo spesso lo stesso tetto, respiriamo la stessa aria e la nostra biologia si è evoluta in modo simile su questo stesso identico pianeta. Eppure, nonostante decine di migliaia di anni di stretta convivenza e una realtà fisica totalmente condivisa, la nostra comprensione del linguaggio dei cani è ancora oggi complessa, frammentaria e piena di ostacoli. Fatichiamo a decifrare le vere intenzioni dietro la postura di una coda o le minime sfumature di un abbaio, cadendo continuamente in piccoli fraintendimenti con una creatura che ci dorme accanto. E se comunicare in modo profondo con una specie terrestre a noi così vicina è già una sfida monumentale, cosa potrebbe succedere con una specie proveniente da un altro pianeta, cosa accadrebbe se le fondamenta delle due realtà in cui si sono evolute la specie umana e quella aliena non si toccassero proprio?

Partiamo da un primo elemento critico. Il primo, enorme muro contro cui ci schiantiamo è la percezione. In che senso? Beh, nel senso che noi umani siamo creature audiovisive. E come tali esploriamo il cosmo con i telescopi e cerchiamo segnali radio. Ma questo dipende unicamente da come l’evoluzione ci ha plasmati sulla Terra.

Ma cosa succede se ci troviamo davanti a un’entità che non possiede occhi o orecchie? Immaginiamo una specie evolutasi nelle profondità di un oceano ghiacciato su una luna come Europa, o nel cuore denso di un gigante gassoso. Questa specie potrebbe non avere alcuna concezione della luce o del suono. Potrebbe percepire il mondo esclusivamente attraverso variazioni dei campi elettromagnetici, oppure tramite un linguaggio chimico-olfattivo, rilasciando complessi feromoni nell’ambiente.

Se questa specie provasse a comunicarci la propria natura pacifica, ad esempio alterando debolmente il campo magnetico intorno alla nostra atmosfera, i nostri scienziati registrerebbero semplicemente un’anomalia geofisica. Nessuno si renderebbe conto che ci stanno parlando. 

E questo problema si verifica anche al contrario: infatti, possiamo immaginare una situazione in cui noi inviamo segnali radio nel cosmo o luci intermittenti, ma dall’altra parte loro non riescono a rilevare nulla.

In pratica, dobbiamo essere consapevoli del fatto che siamo intrappolati in una bolla sensoriale. Ecco perché dicevo che il primo problema è rappresentato dalle capacità di percepire il mondo circostante.

Infatti, come traduciamo un’equazione matematica in un odore? Come spieghiamo la “luce” a chi per milioni di anni di evoluzione ha “visto” l’universo solo attraverso l’eco-localizzazione per esempio o il magnetismo? È qui che il primo contatto rischia di fallire ancor prima di cominciare, nel silenzio assordante di due mondi che si urlano addosso senza avere i recettori per ascoltarsi.

Ma supponiamo per un momento di riuscire a superare questo scoglio. Supponiamo di trovare un canale, un mezzo fisico comune: inviamo luce, loro vedono luce. Beh, a questo punto, subentra un problema ancora più devastante: vale a dire la struttura stessa del linguaggio.

In questo senso, dobbiamo precisare subito che i linguaggi umani – tutti, dall’inglese al mandarino, dal latino alle lingue morte – sono lineari. Sono sequenziali. In pratica, c’è un soggetto che compie un’azione, che generalmente ricade su un oggetto. Parliamo muovendoci nel tempo: una parola dopo l’altra, un secondo dopo l’altro. E il nostro cervello processa la realtà come una linea retta che va dal passato al futuro.

Ma chi ha detto che l’universo funziona così? E se ci trovassimo di fronte a una mente che non processa il tempo linearmente? Loro potrebbero avere una percezione simultanea della realtà. Il loro “linguaggio” potrebbe non essere fatto di suoni consecutivi, bensì di ologrammi complessi proiettati istantaneamente, o configurazioni geometriche a tre o a quattro dimensioni, in cui una singola forma contiene al suo interno un intero trattato di fisica, o un pensiero complesso come ad esempio l’intenzione di esplorare e non di distringere, o ancora un concetto filosofico.

Per noi, guardare il loro messaggio sarebbe come osservare un caleidoscopio caotico. Non c’è inizio. Non c’è fine. E i nostri linguisti cercherebbero di trovare verbi e sostantivi dove non esiste la grammatica, ma solo uno stato d’essere. 

E se poi comunicano telepaticamente? 

Qui le cose si complicano, perché il passaggio di pura informazione emotiva o cerebrale senza filtri fisici potrebbe sovraccaricare le nostre menti o apparire ai nostri macchinari come un rumore di fondo quantistico inspiegabile. 

Il linguaggio, in estrema sintesi, non è solo come parliamo: è anche come pensiamo. E se il loro pensiero non ha la forma che ci aspettiamo, beh, la nostra comunicazione si riduce a quella di un cieco che cerca di spiegare i colori a un sordo.

Ma addentriamoci ancora più a fondo, in questa nostra riflessione, ed è ntriamo nella sottosezione dei concetti di base. Spesso, gli astronomi e gli esperti a vario titolo dicono: “Useremo la matematica. Magari useremo i numeri primi, che sono universali”. Vero, uno più uno fa due ovunque nell’universo, forse. Ma la matematica ci può aiutare a costruire ponti, strutture, astronavi, non a stringere accordi di pace.

E cosa dire di concetti di base come “io” o “noi”? Proviamo a tradurre concetti come “Io” o “Noi”. 

Se l’alieno appartiene a una mente alveare, in cui trilioni di organismi condividono una singola coscienza collettiva, il concetto di “individuo”, di “Io”, non esiste. E per loro, uccidere un nostro ambasciatore potrebbe equivalere a tagliarsi le unghie: un’azione trascurabile, perché non capiscono che ogni essere umano è una vita a sé stante e insostituibile.

E i concetti etici? Cos’è la “guerra” o la “pace”? Per una specie predatoria che ha raggiunto le stelle attraverso la sopravvivenza del più forte, la cooperazione pacifica potrebbe essere vista come una malattia, una debolezza genetica da estirpare. 

Ancora, il concetto di “verità” o “bugia” ha senso solo in società dove c’è convenienza a nascondere le cose. Se la loro biologia non prevede l’inganno, o al contrario se per loro l’inganno è la normale interazione chimica, ci troviamo di fronte a un vicolo cieco concettuale. Più precisamente, non condividiamo lo stesso universo morale.

E arriviamo così ad un punto che definirei terrificante: vale a dire la possibilità di generare equivoci mortali. In un contesto in cui non sappiamo nulla dell’altro, ogni minimo gesto, ogni emissione radio è un potenziale grilletto di distruzione.

Pensiamo ancora una volta alla biologia terrestre. Un essere umano che sorride, felice di incontrare un alieno, ritrae le labbra e mostra i denti. Beh, questo per l’uomo è un segno di accoglienza. Ma per quasi tutti i primati e per gran parte degli animali selvatici, mostrare i denti è una sfida, l’esibizione di un’arma, l’ultimo avvertimento prima dell’attacco. L’alieno, analizzando il nostro sorriso, potrebbe percepire un’immediata minaccia predatoria.

E le tecnologie utilizzate? Immaginiamo un’astronave aliena che si avvicini alla terra. Nel momento in cui puntiamo i nostri radar più potenti verso questo oggetto per scansionare e capirne la forma e i materiali, stiamo bombardando la sua corazza di energia a microonde. Loro potrebbero non usare il radar. Potrebbero percepire quell’energia come un tentativo di friggere i loro sistemi vitali, come il primo colpo di cannone di una guerra interstellare. Di conseguenza è un po’ come se noi dicessimo “vogliamo vedervi”, e loro capissero “vogliamo bruciarvi”.

Come possiamo constatare, tante sono le incognite che possono minare o impedire fin dall’origine la comunicazione con una specie extraterrestre. Il primo contatto è proprio questo: è una camminata in un campo minato bendati, dove non solo non vediamo le mine, ma non sappiamo nemmeno cosa sia una mina. E ogni istante, ogni respiro terrestre potrebbe essere la causa di un equivoco dalle proporzioni cosmiche.

Ecco quindi che ci possiamo rendere conto di quanto siamo piccoli e di quanto il nostro punto di vista sia limitato. Perché la sfida non è solo trovare gli alieni. La vera sfida, quella che deciderà la nostra sopravvivenza in un contesto di primo contatto, sarà capire come dirgli che siamo qui per coesistere in pace, sperando che loro abbiano il concetto di “pace” nel loro vocabolario cosmico.

Grazie per aver ascoltato questa nuova puntata di Ufo, primo contatto alieno.

Io sono Roberto e vi invito a iscrivervi al podcast “UFO: primo contatto alieno”, per non perdere i prossimi episodi e a condividere le vostre storie e domande sui canali social o tramite e-mail.

Per il momento ci salutiamo qui e ci ritroviamo al prossimo episodio.